Al mare per caso

Il mare, comunque, ha sempre un suo fascino, se si riesce a sopportare il sole accecante, il caldo a volte soffocante e la confusione imperante.

Ci sono i bambini, con gli stessi secchielli e le stesse palette di decenni fa, che giocano sotto il sole sul bagnasciuga scavando buche, costruendo castelli e impiastricciandosi e eseguendo l’ennesimo tuffo in acqua tanto per fingere di togliere quella sabbia che invece, non si sa perché, continua a non voler andar via.

Ci sono mamme, papà, nonni o zii li sorvegliano pigramente dalle loro sdraio, partecipando, a volte, alle loro costruzioni.

 

C’è il professionista dell’abbronzatura che con finta indifferenza e attenta pazienza cambia posizione quasi fosse su un girarrosto in modo da ottenere una giusta cottura uniforme su tutti i lati.

C’è l’intellettuale che, seduta sotto l’ombrellone, cappello in testa e libro in mano, legge con impegno l’ultimo acquisto fatto magari in una scalcinata edicola del paese, probabilmente un Harmony dell’ultim’ora.

C’è lo sportivo che, nonostante i 45° all’ombra delle due pomeridiane, si ostina a dare manate ad un povero pallone che non vede l’ora di cedere le armi e sgonfiarsi.

C’è anche l’altro sportivo che miseramente tenta di battere il record olimpico di permanenza in acqua e che solo quando ormai i polpastrelli delle dita sono completamente macerati e le labbra inconfondibilmente cianotiche approda, esausto, ma soddisfatto, sulla sua asgiugamano (ma guardalo con
attenzione: tra poco il suo costume sarà asciutto e lui si rifionderà in acqua).

C’è la famigliola felice che, armata di frigoriferi portatili e omrelloni formato maxi, incurante dei numerosi chili di troppo, già dal mezzodì apre le danze delle mascelle con paste al forno, insalate di riso (tanto per stare leggeri) e panini con la mortadella, annaffiati da generose dosi di birra e coca-cola.

 

E infine c’è quella che: “Sì, vengo anch’io al mare, ma so già che non mi piacerà”. Va con gli amici, la famiglia più per compagnia che per reale godimento. Per lei il mare è una vera tortura. Se potesse scegliere liberamente preferirebbe essere in spiaggia alle 7 del mattino ed essere di ritorno a casa al massimo per le 9 e mezza – 10. Preferirebbe fare un bagno veloce (perché in realtà il mare le piace), uscire dall’acqua, stendersi al sole (perché in realtà il sole le piace), aspettare, prima di andarsene, che le si asciughi il costume e sperare, inutilmente, che la sua pigra, pigrissima melanina sia sufficientemente stimolata da poterle dare un po’ di colore.

Ma si sa, se sei sola fai un po’ come ti pare, altrimenti ti adegui.
E allora, armata di pazienza, libro e svariati tipi di creme solari (perché in realtà l’abbronzatura selvaggia fa male), si appresta ad aspettare che qualcuno abbia pietà di lei e decida di mettere fine a questa sofferenza. La giornata scorre lenta e il caldo impietoso non le dà tregua, ma alla fine e dopo
una rilassante passeggiata all’ombra delle palme del lungomare lo scoramento del mattino non sembra giustificato: l’ozio, la compagnia e l’odore del mare le hanno lasciato dentro la sensazione che dopo tutto ne valesse la pena.

Questa è la riva del mare, né terra né mare. E’ un luogo che non esiste.
Alessandro Baricco, Oceano Mare

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